Cenni storici di Gozzano
Alégar, dicevano i nostri nonni quando si incontravano; e alégar lo erano spesso, anche perché il vino collaborava a renderli di buonumore. Il vino, in effetti, è sempre stato di gradimento per i gozzanesi, abituati a coltivarlo sulle colline intorno al borgo. Ancora nel 1945 si contavano trenta osterie tra il centro e la periferia: segno che la gente amava la compagnia ma, soprattutto, che le vie del paese erano vive, frequentate e chiassose, al contrario di oggi. Parte del vino smerciato era di leggera gradazione o di tipo americano (mericön), con un gusto e sapori particolari. Nella nostra Contrada Mazzetti, leggendarie sono state l’Osteria della Rosa di Ruga Giuliano fu Giuseppe e la Trattoria Primavera di Testori Alessandro di Graziano.
C’era poi la briùsca, un’osteria momentanea, aperta da un privato che aveva prodotto vino in esuberanza, da vendere fino ad esaurimento. Con vint ghèi, si poteva gustare un gradevole litro accompagnato da formaggino e salamìn d’la duja. Dopo tale rifornimento, il ritorno a casa era un po’ arduo. Tra il fumo dei sigari (scigàli o nàpula), qualche imprecazione, urla, canzoni, il tabacco masticato (e sputato!), il gioco delle carte e, dove era possibile, delle bocce, i malgascitt consumavano le giornate di riposo e i pochi soldi rimasti.
Nella nostra Gozzano del passato, il Roggione divideva la parte superiore, il Piemùnt, da quella inferiore, la Bassa Calabria. Il Mincio (così nell’Ottocento era definito il Roggione) separava due modi di essere del paese: in alto, i butéghi, i palazzi signorili e nobiliari; in basso, le lòbie, gli edifici di legno e pietra, coperture di paglia, fienili e dignitosa povertà.
Ancora fino allo scoppio della Grande Guerra, si rinnovava la tradizione del pranzo dei morti, il penultimo lunedì di Carnevale, in ricordo dei caduti di un’epoca lontanissima e del successivo e definitivo accordo tra le due fazioni nemiche. Era l’occasione per rivivere in chiave carnevalesca quei fatti, rievocando lo storico patto di pacificazione. Proprio nella nostra Contrada, in una corte convertita in salone da ballo, il comitato della parte bassa dava il via a una festa con pranzo a base di mortadella e polenta. Gli abitanti della parte alta, travestiti da invasori, osavano oltrepassare il confine del Roggione per partecipare al pranzo e ballare con le formose ragazze del quartiere ‘occupato’. Il giorno seguente, gli ‘assaliti’ a loro volta occupavano la piazza principale del quartiere alto, dove un gustoso polentone era stato preparato dagli ‘assalitori’. La pace tra ‘guelfi’ e ‘ghibellini’ veniva infine suggellata da canti e dalla via crucis di tutte le osterie e locali pubblici del paese.
Nel primo dopoguerra, memorabili furono le occasioni di divertimento, come ad esempio, a marzo, nell’affollata Trattoria Primavera, l’attesissima veglia ‘calcistica’ allietata dall’orchestra Poletti. Formidabili le compagnie: l’Accademia del Ponte Oriallo, con sede nella Trattoria Giardino, (Patak) ; i Topi grigi guidati dal simpatico Bruno Testori; la Menalì Menalù, con sede in via per Orta; la ‘mitica’ Fil da Fèr. Per non parlare poi delle bande dei ragazzotti ( ad esempio, la Pro Villa, la Pro Cazüla) che si contendevano la supremazia del paese, con furibonde battaglie a colpi di castagne d’India. Ogni quartiere, insomma, aveva il suo gruppo, la propria vitalità e caratteristica. Erano i tempi in cui tutti si conoscevano per soprannome e le porte di casa rimanevano aperte senza timore giorno e notte: un mondo improntato alla semplicità, alla voglia di stare insieme e un modo per sentirsi veramente alégar.
il prof